Sentieri recuperati, giornate di manutenzione e un territorio da scoprire in bicicletta. Una conversazione sulla mountain bike e sul lavoro, spesso invisibile, che rende possibile praticarla.
Un sentiero si conosce percorrendolo. Ma per capirlo fino in fondo bisogna anche ascoltare chi lo cura: chi controlla dove scorre l’acqua dopo un temporale, libera un passaggio dalla vegetazione e torna a sistemare un tratto che sembrava già finito.
Sulle colline dietro Nimis, in Friuli Venezia Giulia, la Bernadia Trail Area nasce da questo modo di vivere la mountain bike. Il progetto prende forma nel 2019 grazie a Maglia Nera, un’associazione di appassionati che, alle pedalate e alle gare, ha affiancato il recupero e la manutenzione dei sentieri.
Ne parliamo con Massimiliano Misdaris, tra i fondatori di Maglia Nera e tra le persone che hanno contribuito alla nascita della Trail Area. Partiamo da ciò che può trovare chi arriva qui per la prima volta, per scoprire quanto lavoro c’è dietro una rete di percorsi e quali condizioni servono perché diventi una risorsa duratura per il territorio.
Partiamo dall’inizio: come nasce la Bernadia Trail Area?
Maglia Nera nasce da un gruppo di amici appassionati di mountain bike che volevano cimentarsi nelle gare di enduro e downhill. Da sempre, però, siamo stati convinti che la manutenzione dei sentieri facesse parte del nostro mondo. Da questa idea è nata un’altra passione: il trail building, cioè il lavoro di costruzione, recupero e cura dei percorsi.
La Bernadia Trail Area, che chiamiamo anche BTA, nasce nel 2019 un po’ da lì. Abbiamo iniziato a girare sulle colline dietro Nimis, cercando vecchi sentieri che conoscevamo solo in parte o che non venivano più utilizzati. Alcuni erano praticamente spariti, altri avevano bisogno di essere ripresi in mano.
Non volevamo riempire la zona di sentieri nuovi. Volevamo capire cosa ci fosse già, rimetterlo in ordine e collegare le diverse tracce.
Poi il progetto è cresciuto più di quanto immaginassimo, e con lui il nostro impegno. Oggi la BTA è una rete di sentieri, certo, ma per me è soprattutto il risultato di anni di lavoro, pedalate, confronti e giornate con gli attrezzi in mano.
Perché proprio la Bernadia? Che cosa avete visto in questo territorio?
Lo abbiamo scoperto pedalando. Più ci addentravamo nelle colline dietro Nimis, più ci rendevamo conto di quante cose ci fossero: vecchi sentieri, strade forestali, boschi, piccoli borghi, vigneti e collegamenti che permettevano di passare da un ambiente all’altro.
La posizione è particolare: siamo praticamente alle porte della pianura, ma appena inizi a salire hai già la sensazione di essere in montagna. Anche la morfologia permette uscite diverse, dai percorsi più semplici e adatti al cicloturismo fino ai sentieri tecnici da enduro.
Abbiamo iniziato a vedere un territorio che aveva già molte caratteristiche per essere vissuto in bicicletta. Con il tempo abbiamo cercato di mettere insieme i pezzi e far emergere quello che c’era.
Come descriveresti la Bernadia Trail Area a chi arriva da fuori regione e non l’ha mai percorsa?
Direi che la sua caratteristica è questa: in poco spazio puoi fare uscite molto diverse.
Le Lugnesie sono, per noi, il punto più semplice per avvicinarsi alla mountain bike e prendere confidenza con i sentieri. Salendo verso la Bernadia si trova invece un ambiente più da trail, all mountain ed enduro, con discese tecniche e terreni che rendono ogni uscita diversa.
Verso Plaiul e Lagna il carattere cambia ancora: ci sono strade forestali e percorsi più pedalabili, dove anche una mountain bike da cross country, una gravel o una e-MTB trovano il loro spazio, scegliendo l’itinerario adatto.
È quello che mi piace della BTA: non devi venire per forza a fare enduro. Puoi arrivare con aspettative diverse e trovare il tuo modo di vivere questo territorio. E magari tornare a casa avendo scoperto qualcosa che non ti aspettavi.
Una prima visita, una giornata a disposizione: quale esperienza consiglieresti?
Consiglierei di non cercare di fare più chilometri possibile. Partirei dalle Lugnesie per prendere confidenza con il terreno, poi salirei verso la Bernadia, scegliendo i sentieri in base all’esperienza e alle capacità di chi pedala.
Ma soprattutto direi di non fermarsi alla bici. Una volta arrivati in quota, vale la pena prendersi il tempo di guardarsi intorno: da lassù capisci davvero dove sei.
Poi scenderei verso uno dei borghi, magari passando per qualche tratto più esplorativo, e chiuderei la giornata con qualcosa da mangiare o da bere in zona.
Per me conoscere la BTA significa fare una bella pedalata, ma anche fermarsi e scoprire il territorio che sta intorno ai sentieri. È quello che facciamo noi quando usciamo qui.
Chi pedala vede il risultato finale. Quanto lavoro c’è dietro un sentiero?
Molto più di quello che si vede. Quando percorri un trail ti godi la discesa, magari pensi a quanto è bello un passaggio, ma difficilmente pensi a chi è passato prima con una zappa o a chi dovrà tornarci dopo una settimana di pioggia.
La manutenzione è praticamente continua. L’acqua porta via il terreno, la vegetazione ricresce, un temporale può far cadere alberi e modificare un tratto. Ogni volta bisogna andare a vedere, capire cosa è successo e decidere come intervenire. A volte basta mezz’ora, altre volte serve una giornata intera.
Poi ci sono le giornate di cura dei sentieri, che chiamiamo Trail Care, la programmazione degli interventi e tutto quello che non si vede: organizzare i volontari, preparare l’attrezzatura, gestire gli spostamenti e mantenere i rapporti con i proprietari e con il territorio.
Alla fine siamo sempre noi, volontari, a farlo. La BTA non è qualcosa che abbiamo costruito e lasciato lì: è un lavoro continuo.
I sentieri sono frequentati anche da escursionisti e da persone che nel bosco vivono o lavorano. Come si costruisce questa convivenza?
Abbiamo imparato soprattutto una cosa: non puoi arrivare in un territorio pensando che sia tuo solo perché hai sistemato dei sentieri. La Bernadia era lì prima di noi e ci sono persone che la conoscono e la vivono da molto più tempo.
Per questo abbiamo sempre cercato il confronto, dai Comuni ai proprietari, fino agli escursionisti e a chi frequenta il bosco per lavoro. Non sempre è semplice e non tutti la pensano allo stesso modo, ma conoscersi e spiegarsi le cose è il punto di partenza.
Conta molto anche il comportamento di chi va in bici. Se incontri qualcuno, rallenti e saluti. Se ci sono lavori forestali o attività venatorie, ti informi ed eviti di creare situazioni pericolose. Se un sentiero è chiuso, non passi.
La BTA funziona se chi va in mountain bike capisce di essere un ospite del territorio. Cerchiamo di trasmetterlo anche a chi arriva da fuori, attraverso le informazioni che condividiamo sui social e sulle app dedicate ai percorsi.
Vedete già persone che arrivano da fuori per pedalare qui? E che cosa manca per diventare una destinazione MTB?
Abbiamo frequentazioni anche da fuori regione, pur senza numeri elevati. Ci fa piacere: significa che il lavoro sui sentieri e la promozione del territorio iniziano a farsi conoscere.
La vera sfida è fare in modo che chi viene sulla Bernadia non si limiti a due discese e poi riparta, ma si fermi, mangi, dorma, conosca i paesi e magari torni. Così la mountain bike può contribuire all’economia locale.
Si tratta di mettere insieme quello che c’è intorno alla bici: trovare facilmente dove dormire e mangiare, dove lavare o sistemare la bicicletta, ricaricare una e-bike, avere informazioni chiare sui percorsi e magari affidarsi a una guida locale.
Serve un coordinamento tra queste possibilità e le altre attrattive del territorio. I sentieri sono una parte della proposta, ma da soli non bastano.
Quanto può reggere un modello basato sul volontariato?
Ce ne rendiamo conto ogni anno: il volontariato può fare tantissimo, ma non può essere l’unico pilastro su cui sostenere una trail area nel lungo periodo.
Noi ci mettiamo tempo, passione e risorse nostre, e lo facciamo volentieri. Però una rete di sentieri frequentata richiede continuità: ci sono gli interventi ordinari, quelli dopo gli eventi meteo, l’attrezzatura e tutto il lavoro di organizzazione.
Credo che questa attività debba essere riconosciuta come una parte dell’infrastruttura del territorio. Le amministrazioni hanno un ruolo nel sostenerla, come in parte sta iniziando a succedere, e nel creare le condizioni perché possa continuare. Gli operatori turistici possono vedere la BTA come una risorsa da integrare nella propria proposta.
Noi continueremo a metterci il nostro impegno, ma serve che attorno ai volontari cresca una rete di soggetti disposti a contribuire.
Guardando ai prossimi cinque anni, la priorità è aggiungere percorsi o consolidare ciò che avete costruito?
Prima di tutto dobbiamo far funzionare bene quello che abbiamo già, compresa la nostra associazione.
Vorrei che crescesse il rapporto con le attività e con le persone del territorio. Vorrei che chi arriva da fuori riuscisse a orientarsi e a capire più facilmente come vivere la BTA. E vorrei un maggiore coinvolgimento dei frequentatori locali, comprese le associazioni sportive che utilizzano i sentieri.
Se troveremo un vecchio percorso che ha senso recuperare, probabilmente lo faremo. Ma non voglio costruire trail solo per poter dire che ne abbiamo di più.
Tra cinque anni mi piacerebbe vedere una BTA più conosciuta e soprattutto più solida: una realtà curata perché il territorio la sente propria. La sua continuità non dovrebbe dipendere soltanto da noi di Maglia Nera.
Abbiamo parlato della Bernadia. Tu come sei arrivato a occuparti dei sentieri, oltre che a percorrerli?
Sono arrivato alla mountain bike per il piacere di pedalare e scoprire posti nuovi insieme a Stefano, compagno di tante avventure e socio nella fondazione di Maglia Nera. Con l’associazione sono arrivate le gare di enduro e le esperienze legate a quel mondo.
A un certo punto ho iniziato a guardare i sentieri in maniera diversa. Mi interessava capire come fossero stati costruiti, come mantenerli e quanto lavoro ci fosse dietro. È stato un passaggio naturale, che ci ha portato ad avvicinare Maglia Nera a IMBA Italia e a coltivare la passione per il trail building.
L’associazione ci ha permesso di trasformare questa passione in qualcosa di concreto: prenderci cura dei luoghi dove andavamo a pedalare, fino alla nascita della Bernadia Trail Area nel 2019.
Riesci ancora a fare una discesa senza pensare a quello che ci sarebbe da sistemare?
Ormai una parte di me pedala e l’altra controlla il sentiero. Mi capita di pensare: «Qui l’acqua sta iniziando a lavorare», oppure di notare un ramo, un punto che si sta rovinando o la vegetazione che avanza.
È una deformazione professionale, anche se siamo volontari. Come dico spesso ai miei compagni: «Non saremo professionisti, ma dobbiamo essere professionali».
Non mi pesa. Oggi conosco i sentieri in un modo diverso: li percorro da biker e penso a come mantenerli vivi. E ogni tanto riesco ancora a spegnere quella parte del cervello e a godermi semplicemente la discesa.
Al di là della mountain bike, che cosa rappresenta oggi per te la Bernadia?
Ci ho passato così tanto tempo che non riesco più a considerarla semplicemente un posto dove andare in bici. Ci sono dentro anni di Maglia Nera: giornate con gli attrezzi in mano, pedalate, risate, discussioni e anche qualche arrabbiatura.
Non ho un sentiero che considero “il mio”. Lo sono un po’ tutti e, a rotazione, preferisco percorrerne uno più spesso degli altri. Ogni pezzo mi ricorda qualcosa: ci sono trail recuperati praticamente da zero, altri sistemati decine di volte.
Poi ci sono quei posti dove ti fermi a guardare il panorama e ti rendi conto che, nonostante tutto il lavoro, sei lì soprattutto perché ti piace starci.
Forse è proprio questo che rappresenta oggi per me la Bernadia: casa.
Massimiliano Misdaris

Appassionato di mountain bike e tra i fondatori di Maglia Nera, ha affiancato alle esperienze nell’ enduro agonistico la passione per il recupero e la manutenzione dei sentieri. Ha contribuito alla nascita della Bernadia Trail Area nel 2019 e partecipa come volontario alla cura della sua rete di percorsi.
